NABAFLUX – Esercitazione 1

(BOZZA)

NABAFLUX

Esercitazione numero uno.

Milano, mercoledì 17 novembre 2010.

Il divenire e la metamorphosis. Interpretare Fluxus.

Se pensiamo a ciò che l’arte è in sé più che ad una categoria determinata definitivamente essa appare il frutto di una metamorfosi storica che la instituisce. Le opere diventano opere d’arte solo quando la loro metamorfosi è conclusa e la loro singolarità s’invera unica ed imprevedibile.

La difficoltà a pensare l’arte e a cogliere il suo divenire discende soprattutto dal fatto che da qualche tempo a questa parte non è più possibile riconoscere le opere senza conoscere il concetto di arte e lo sviluppo storico delle poetiche che in un tale paradigma confluiscono. Di più, lo statuto ontologico delle opere è cambiato, non è più quello di un oggetto, ma di un’idea che passa per tutti gli stati intermedi dell’esserci, dall’astrazione al concretezza. Un’idea che può esistere solo come una rappresentazione di sensibile ed intellegibile. Da tempo sappiamo anche che l’arte ammette tutte le forme di presenza e che essa è divenuta la rivale del mondo delle cose. Una volta come oggetto sensibile non conosceva che la vista e l’udito, oggi ha conquistato il gusto, il tatto e l’odorato. Ci appare come una perenne sfida ad un corpo a corpo, ad una battaglia di senso in cui è, allo stesso tempo, un’apparenza, e un’apparizione. Ha scritto eloquentemente Victor Hugo: “La forma non è che il fondo che riviene alla superficie.”

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A differenza di altre poetiche che gli sono coetanee, Fluxus – non essendo stato amato dal mondo dell’arte – non ha sviluppato un corpus di opere poeticamente rilevanti ai fini del mercato incoraggiando e costruendo – di contro – una serie di tendenze performative interdisciplinari che oggi si sono rivelate più importanti di ciò che rappresentano le opere (in generale) considerate di per sé e traguardate sul destino ultimo dell’arte moderna.

In questo senso è l’ultima avanguardia compiuta del secolo scorso, ma ancora più importante, ha anche messo fine a ciò che le avanguardie sono state. Il suo fondatore, George Maciunas aveva capito il processo in atto di “estetizzazione” della società o, più semplicemente, aveva fatta sua questa osservazione di Marshall McLuhan: “Da quando Burckhardt intravide che il significato del metodo di Macchiavelli era di trasformare lo Stato in un’opera d’arte attraverso la razionale manipolazione del potere, è possibile applicare il metodo dell’analisi artistica alla valutazione critica della società.” Gli strumenti del comunicare (1964). Questa affermazione di McLuhan è importante se non altro perché restituisce dignità al pensiero critico dell’arte. Dobbiamo dunque ripartire da Maciunas e dal carattere dell’epoca che stiamo ancora imparando a vivere, caratterizzata dall’immaterialità e dal dominio dell’informazione, per conseguenza, esaltare il cardine estetico dell’evento effimero e debole, capace, pur tuttavia, di relazionarsi alla vita corrente. Mostrare come dietro la banalità dell’oggetto artistico c’è l’aurea profonda della cultura materiale.

Fluxus parte dal food, non perché era un circolo di gourmet, ma perché aveva capito la funzione metaforica del cibo, di strumento che trasferisce (trasporta) un senso su un mezzo assolutamente effimero e, all’apparenza, privo di valore. Del resto, ogni forma di trasporto (ogni metafora) non soltanto porta ed è, nello specifico, un’icona, ma traduce e trasforma il mittente, il ricevente e il messaggio.

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Compito dell’esercitazione è quello di realizzare un’opera in divenire sigillata in un cubo di plexiglas (dal lato di quaranta centimetri massimo, con materiali, possibilmente alimentari, che siano in tutto o in parte suscettibili di putrefazione, fermentazione o lievitazione.

I lavori selezionati per questo progetto saranno conservati in vista delle celebrazioni per il cinquantenario di Fluxus che si terranno nella primavera de 2012, solo allora essi saranno considerati delle opere d’arte a tutti gli effetti avendo per quella data esaurito il ciclo delle loro metamorfosi.

La partecipazione può essere individuale o di gruppo (massimo tre studenti). Di ogni opera dovrà essere illustrato con una breve relazione orale il “fato” (destino) che per essa si è scelto.

Saranno conservati dodici lavori, la scelta sarà decisa da coloro che hanno partecipato all’esercitazione dopo una discussione collettiva. Tutte le opere saranno fotografate all’inizio e periodicamente per documentare la “traccia del vissuto” che hanno lasciato dietro di sé.

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Appendice. Da un punto di vista semiologico, ci sono tre configurazioni nella relazione arte/food.

Nella prima il cibo o, meglio, gli atti alimentari, in particolare le forme conviviali e tra queste i banchetti sono l’oggetto delle opere d’arte. Lo divengono nella duplice veste di palcoscenici del cibo, come nei bankjete o nelle nature morte, in principio fiamminghe e poi spagnole, e di tavole imbandite che suggellano, diventandone anche il simbolo, un avvenimento della vita civile, sociale o religiosa.

Nella seconda configurazione, tipica di questi ultimi anni, a partire dalla nouvelle cuisine, cioè, grossomodo dalla fine degli anni ‘70, tanto per indicare una data di comodo, il cibo è realizzato come se fosse un’opera d’arte. Vale a dire si “cucina” e si allestisce cercando di coniugare la forma, o più in generale la sensibilità estetica, con le necessità cucinarie. I due cuochi più famosi di questa tendenza sono il catalano Ferran Adrià e l’inglese Hestor Blumenthal.

Nella terza configurazione, infine, si utilizza il cibo come materiale espressivo a prescindere da ciò che esso è in sé. Si parla genericamente di eat art, anche se oggi appare come un termine restrittivo. Questa espressione fu utilizzata per la prima volta e in modo deliberato da Daniel Spoerri negli anni ’70, come naturale continuazione dei suoi quadri trappola. In realtà essa era stata preceduta da un marcato interesse per il cibo da parte di George Maciunas e di altri artisti Fluxus. (Arthur Coleman Danto, ex presidente dell’American Philosophical Association e presidente dell’American Society for Aesthetics, ha scritto che ciò che distingueva Fluxus negli anni Sessanta era l’uso del cibo come arte. Per Danto la vera novità di Fluxus nell’ambito dell’arte americana di questi anni è contenuta nel manifesto di Maciunas del 1963. In che cosa consiste questa novità? Nell’ennesimo coraggioso tentativo di rimettere in causa le fondamenta dell’arte dal punto di vista della modernità.)

Notiamo che il discorso del cibo come materiale espressivo coinvolge da qualche tempo a questa parte anche i designer. Il food è penetrato nell’abbigliamento e nei suoi accessori, nelle arti del corpo, nelle forme della rappresentazione, in pubblicità come nel teatro, nel cinema, nella musica, nell’arredamento d’interni.

Se vogliamo, c’è poi una quarta configurazione che sta emergendo in questi anni, è quella che lega il cibo alle funzioni corporali e/o alle sue patologie. Si può definire una sorta di body-food art, che va dal body-sushi alla simulazione o alla sperimentazione dell’anoressia, della bulimia e, soprattutto del vomiting.

Glossario:

Divenire. Se lo pensiamo in contrapposizione con “statico” indica il cambiamento che l’affetta e lo modifica. In opposizione ad essere – eterno ed immutabile – il divenire, afferma Eraclito, è il movimento, ne consegue che la realtà, anche se possiede una singola sostanza, è il risultato della lotta dei contrari.

Fluxus. Prima di essere una delle ultime avanguardie artistiche del Novecento “fluxus” è lo scorrere di un liquido. Una diarrea. Una marea che sale. In senso figurativo è l’abbondanza. In economia indica la somma degli scambi effettuati dagli agenti finanziari. In astratto definisce il movimento in opposizione allo stato di posizione. Nell’emanatismo, una delle tante dottrine neoplatoniche, è una teoria dell’irradiamento o del fluire da cui tutto cola ed ha origine, come nella metafora dell’acqua o della luce. In sé è un’alternativa idealistica alla creazione come evento catastrofico.

Dove la poetica di questa avanguardia si riconnette al senso generale della modernità? Nel punto in cui le illusioni postmoderne privilegiano i flussi alla stabilità e al suo modo di essere asservante.

Fermentazione, putrefazione, lievitazione. In senso stretto la fermentazione è un processo ossidativo anaerobico svolto da numerosi microrganismi a carico soprattutto dei carboidrati come capita nella preparazione di numerosi alimenti. Il termine deriva dal latino fervere, cioè, ribollire, come avviene con il mosto. Prima della nascita della chimica biologica i processi fermentativi si confondevano con quelli putrefattivi, fu Louis Pasteur a cominciare a fare chiarezza identificando i fermenti contenuti nei lieviti. La putrefazione è la decomposizione delle proteine sotto l’azione di microrganismi anaerobici, si presenta soprattutto nella forma di ammine che conferiscono un odore sgradevole ai tessuti che contengono. La lievitazione è l’azione del lievito in un ambiente acidificato da un complesso di lieviti e batteri lattici.

La trasformazione agroalimentare. Lo scopo delle trasformazioni alimentari è quello di creare un valore aggiunto ai prodotti del settore. Le trasformazioni possono essere fisiche, quando il prodotto subisce delle manipolazioni meccaniche, fisiche, chimiche o biochimiche che lo trasformano nell’aspetto, nella consistenza e nelle proprietà organolettiche. Temporali, quando il prodotto subisce delle manipolazioni destinate a preservarlo. Queste trasformazioni sono definite di conservazione. Spaziali. Sono in genere le trasformazioni che attengono alla commercializzazione. Le trasformazioni possono essere spontanee o controllate, fisiologiche o provocate e sono sempre il frutto di fenomeni metabolici.

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