IED – Materiali del corso V (2011-12)

[Parte 5 di 8]

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Passiamo ad un altro paradigma chiave del discorso sociologico: i gruppi.  

Da qualche tempo a questa parte i gruppi sono studiati da una specifica disciplina chiamata analisi  gruppale.  Il riconoscimento dell’importanza dello studio dei gruppi lo dobbiamo soprattutto ad uno psicanalista inglese, Wilfred Ruprecht Bion (1897-1979), che a sua volta lo riprese dagli studi di Maxwell Jones (1907-1990) sulle piccole comunità terapeutiche.    

Come abbiamo osservato per le masse, un gruppo non si riduce alla somma delle coscienze e delle volontà individuali che lo compongono, anzi, è più facile il contrario, che il gruppo trasformi l’individuo che ne fa parte. 

In sociologia si definisce un gruppo sociale come un insieme di persone che entrano in qualche modo in rapporto reciproco, sulla base di valori o interessi comuni

Oppure, in una forma più articolata: Un gruppo è un insieme d’individui che interagiscono fra loro influenzandosi reciprocamente e che condividono tra di essi, più o meno consapevolmente, interessi, scopi, caratteristiche e norme comportamentali. 

Che cosa distingue un gruppo da una folla o da una comunità di persone?  Il fatto che nella folla, nella comunità o, più in generale, in un’aggregazione di persone, come è, per esempio, un grande ufficio, una scuola, un quartiere, non esiste un’interazione diretta tra tutti gli individui, o, più semplicemente, questi individui non costituiscono un insieme organizzato

Prima di procedere con i gruppi distinguiamoli subito da un’altra figura della topografia sociologica, le categorie sociali.   Le categorie sociali rappresentano dei gruppi impropri o degli pseudogruppi.  Esse sono, in genere, il risultato di una costruzione teorica deliberata mediante la quale gli studi sociali raggruppano idealmente o teoricamente in una stessa unità individui con caratteristiche comuni, al fine di poterli monitorare.  

Quanto agli aggregati, essi costituisco dei semplici gruppi casuali

Rispetto ai gruppi veri e propri gli aggregati mancano di una struttura, sono limitati nel tempo e soprattutto mancano delle relazioni interpersonali che costituiscono l’essenza dei gruppi. 

Vediamo le tre caratteristiche che distinguono un gruppo: – I membri del gruppo interagiscono tra di loro in modo strutturato secondo le norme o i ruoli che il gruppo si è dato.  – I membri del gruppo hanno la coscienza di essere un gruppo o, meglio, maturano un sentimento di appartenenza al gruppo che funzionaprincipalmente da barriera nei confronti degli estranei.  – Il gruppo è percepito come un gruppo da parte di chi non ne fa parte.  Vale a dire il gruppo si costruisce un’identità esplicita e assolutamente percepibile dall’esterno. 

Quanto ai gruppi in sé possiamo distinguerli in molti modi.  La classificazione più importante è quella tra gruppi primari e gruppi secondari.  I gruppi primari sono anche detti piccoli gruppi.  Il loro carattere principale è la forte integrazione, tipica, per fare un esempio, delle famiglie o delle bande.  Per definizione i gruppi primari sono costituiti da pochi individui.  Di per sé l’espressione è vaga e si presta a diverse interpretazioni.  In ogni modo, il numero minimo di individui di un gruppo primario è tre, perché le relazioni di coppia hanno altre dinamiche. Diciamo che la coppia, proprio per la complessità e l’unicità delle relazioni interpersonali, non può essere considerata un gruppo, perlomeno in un ambito sociologico.  Il numero massimo, invece, è in funzione delle finalità che il gruppo si è dato costituendosi. 

I gruppi secondari o grandi gruppi sono gruppi composti da un numero elevato di membri.  Sono gruppi nei quali le relazioni interpersonali appaiono neutre e, spesso, il rapporto tra il singolo e gli altri membri è di natura strumentale, cioè, funzionale ad uno scopo. 

L’esempio classico di gruppo secondario sono le organizzazioni, cioè, le aziende, i club, gli apparati militari, le scuole, eccetera…

L’esperienza sul campo ha dimostrato che appena il numero dei membri di un gruppo supera la mezza dozzina c’è una tendenza, che si può definire spontanea, alla formazione di sottogruppi, dove le affinità sono più forti e evidenti. 

Quando, poi, il numero dei membri di un gruppo supera la dozzina è molto probabile che all’interno del gruppo si formi un portavoce o che un membro lo coordini.  A questo proposito si è constatato che in qualsiasi gruppo, prima o poi, emerge la figura di un leader.  La velocità con cui questa figura si forma è proporzionale alla grandezza del gruppo. Più un gruppo e grande e prima si costituisce una leadership.  

Nella leadership si possono distinguono tre stili di conduzione del gruppo: Quello autoritario, quello democratico e quello improntato al “laissez-faire”. 

Nel primo caso la struttura è molto gerarchica e si caratterizza per la direzione degli ordini che influenza il comportamento del gruppo, sempre dall’alto verso il basso.  Questi ordini, in genere, non sono mai messi in discussione, cioè, si subiscono.    

La struttura dei gruppi che possiamo definire democratici è caratterizzata dal consenso della maggioranza, vale a dire da un’accettazione consensuale dei programmi del gruppo. 

La leadership dei gruppi improntata al laissezfaire si caratterizza dalla mancanza di una vera dirigenza.  In questi gruppi la leadership si limita, in pratica, a far emergere e a gestire le iniziative dei sottogruppi. 

Ricordiamo qui anche una particolare forma di gruppo, i gruppi di riferimento.   

Sono quei gruppi che s’ispirano all’opera di altri gruppi. In questo senso possono essere gruppi di riferimento positivi o negativi.  Quelli positivi si possono definire ed appaiono dall’esterno come una specie di gruppi idealiQuelli negativi, invece, sono gruppi di riferimento nei quali e con i quali prima o poi emergono delle tensioni che possono anche alimentare delle situazioni di conflitto. 

Anche se è raro i gruppi negativi possono anch’essi avere dei riferimenti non reali o tra virgolette, ideali.  

In genere tendono a diventare gruppi di riferimento negativi quei gruppi che si formano per reazione contro l’ambiente in cui vivono e per i motivi più diversi, sia materiali che ideologici, come nel caso delle sette sataniche, delle bande di tifosi o nelle organizzazioni criminali.

Nella democrazia rappresentativa, come dovrebbero essere le democrazie moderne, una forma di gruppo di una certa importanza è il gruppo di pressione.   

Questi gruppi sono anche detti gruppi d’interesse.  Sono gruppi strutturati nella forma del collettivo che si mobilita per difendere specifici tornaconti, anche ideali, come sono per esempio i gruppi ambientalisti.     

Quando i gruppi di pressione sono organizzati e la loro azione è diretta in modo specifico ad agire sui centri di potere con lo scopo di influenzare pubblicamente determinate scelte politiche, economiche o etiche, si definiscono lobby

Questi gruppi sono tipici dei paesi di lingua inglese, in cui la corruzione (sotterranea) è severamente sanzionata e le lobby rappresentano istituzioni formali accettate, se non altro come un male minore che si vede e che si può contenere. 

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Passiamo, ora, alle nozioni di stratificazione sociale e di classe.      

In generale il concetto di stratificazione sociale serve a descrivere le disuguaglianze che sono presenti all’interno di una società o di una collettività.   In questo senso la stratificazione sociale può anche essere definita come una disuguaglianza strutturata fra raggruppamenti sociali differenti.      Come gli studi hanno messo in luce le differenze sociali, non importa di quale natura, economica, di potere o di prestigio, tendono nelle società moderne a distribuirsi gerarchicamente.    Per immaginarle si ricorre spesso ad una metafora geologica, perché esse appaiono come depositate l’una sull’altra, al pari di strati di rocce di diversa natura. 

Da un punto teorico si possono distinguere tre sistemi fondamentali di stratificazione: la casta, il ceto e la classe

Qui, non abbiamo il tempo per approfondire i motivi, oltre a quelli economici, per i quali  nelle società si formano le gerarchie, anche perché questo è più un argomento di antropologia e di politica che di sociologia generale.  Alla sociologia compete di più lo studio della posizione sociale di un individuo o di un gruppo all’interno di un sistema di relazioni che formano la struttura sociale di una società.

Questa posizione si definisce status.   All’origine questa espressione apparteneva al linguaggio giuridico.  Oggi, negli studi sociologici è connessa al concetto di ruolo.  Il ruolo esprime l’aspetto dinamico (o esecutivo) dello status.  Il termine di status, oggi s’impiega per lo più per indicare il prestigio assegnato a ciascuna posizione nell’ambito della stratificazione sociale. 

Gli status, poi, possono essere ascritti o acquisiti dalla persona.  Quelli ascritti sono quelli presenti al momento della nascita.  Quelli acquisiti sono gli status ottenuti nel corso della vita, in genere, si ritiene, per meriti specifici, dunque, sono spesso, nell’ambito delle società moderne, più importanti di quelli ascritti.     

Per quando riguarda i modelli della stratificazione sociale diciamo che le due configurazioni più importanti sono i modelli chiusi  e i modelli aperti.  In un sistema sociale chiuso i confini tra status e status sono chiari e definiti, appaiono, da un punto di vista storico, come se fossero congelati. In quelli aperti, invece, il confine tra gli status può variare con il successo personale, la fortuna, il caso, l’iniziativa o l’intraprendenza personale. 

Nella società occidentale va anche costatato, a partire dalla seconda metà dell’800, una costante trasformazione dei ceti in classi.  Questa metamorfosi costituisce uno degli effetti della rivoluzione industriale e delle forme di democrazia che in essa si sono sviluppate.  La rivoluzione industriale, come spiega la storia sociale, contribuì a ridurre ogni differenza sociale ai soli fattori economici e all’effettivo controllo della ricchezza.  

I suoi esiti sono visibili all’interno delle due classi che si affermarono come le due sole classi protagoniste della storia della modernità, la borghesia e il proletariato

Va però notato come, da alcuni decenni a questa parte, nei paesi dell’area temperata del pianeta, le classi si stanno disfacendo nella loro forma storica per ridisegnarsi su altri valori, come quelli della conoscenza e dell’accesso all’informazione e all’educazione. 

Tutto ciò da e darà vita ad altre forme di conflitto tra le quali, di una certa importanza, saranno quelle di natura generazionale, quelle tra i localismi, o quelle legate all’equa redistribuzione delle risorse naturali.

Ricordiamo che i paesi della fascia temperata del pianeta terra costituiscono un terzo della popolazione mondiale e consumano i due terzi dell’energia totale prodotta. 

In un rapporto del 2006 delle Nazioni Unite sulla distribuzione del benessere economico si afferma che l’uno per cento della popolazione mondiale detiene il quaranta per cento del patrimonio finanziario e immobiliare mondiale, pari a 125mila miliardi di dollari, mentre il cinquanta per cento della popolazione mondiale accede solo all’uno per cento della ricchezza planetaria.   

È indubbio che, in questo scenario, uno degli obiettivi delle scienze sociali dovrebbe essere quello di contribuire a rielaborare degli stili di vita che consentano di riequilibrare questo stato di cose prima che sia troppo tardi. 

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TOMO SECONDO.

Parte prima.

Le ragioni del discorso sociologico, che abbiamo a grandi linee illustrato fin qui, possono essere riassunte dalla necessità di comprendere la complessità sociale, una condizione essenziale che presiede ad ogni idea di progetto come ad ogni impresa creativa.

In particolare, a cosa serve questa comprensione nell’ambito di questo contesto scolastico?

Diciamo arrivare a dare un senso all’agire tecnico nel suo significato più alto, quello pensato dalla filosofia greca, di “arte”.

A consentirci di “com.prendere” il mondo invece di subirlo.

A valutare con la ragione, la conoscenza e l’aiuto dell’esperienza le forme del suo divenire.

Da tempo siamo consapevoli che la mera esperienza e l’abilità tecnica, soprattutto nel contesto di queste ultime due decadi, prese di per sé, possono in molti casi sviluppare l’ambito nozionale, ma non possono assolutamente sviluppare le forme del sapere.

Tecnica, come abbiamo già visto, deriva dal greco téchne, "arte" nel senso di "perizia", "saper fare", "saper operare". La tecnica si differenzia in tal modo anche dal metodo e dalla strategia. Il termine metodo, dal greco μέθοδος, méthodos (inseguire, andare dietro), è l’insieme dei procedimenti messi in atto per ottenere uno scopo o determinati risultati. Il termine greco è composto dalle particelle metà (oltre) e hodòs (cammino) e fu introdotto da Platone nel Sofista con l’accezione di tattica e strategia.

La strategia è la descrizione di un piano d’azione sul lungo periodo usato per impostare e successivamente coordinare le azioni tese a raggiungere uno scopo predeterminato. La strategia si applica a tutti i campi in cui per raggiungere l’obiettivo sono necessarie una serie di operazioni separate, la cui scelta non è unica e/o il cui esito è incerto. La parola strategia deriva dal termine con cui nel greco antico si indicavano i generali, cioè, gli strateghi.

Studiare i processi e le forme della comunicazione in sociologia, significa, dunque, cercare di approfondire i modi, i motivi e i modelli che concorrono alla formazione del comportamento individuale e collettivo.

Questi modelli si possono definire anche come il risultato dell’accumulo e dell’elaborazione delle informazioni ricevute e scambiate, dell’esperienza condivisa e della sedimentazione dei saperi nel corso della vita.

Nel campo della comunicazione il problema di fondo, da un punto di vista metodologico, non è solo che cosa studiare, ma anche come farlo, cioè, come scegliere l’approccio teorico più efficace e come integrarlo con le altre discipline che sono in essa coinvolte, dalla semiotica, all’economia, dalla psicologia alla storia.

C’è poi da considerare che lo studio della comunicazione in sociologia tende spesso a sovrapporsi e a confondersi con le riflessioni sullo studio dei media, in pratica, degli strumenti operativi.

Questa confusione nasce dall’importanza che hanno acquisito i mass-media nella modernità.

In breve, possiamo dire che essi sono diventati:

– Una fonte di potere, vale a dire uno strumento d’influenza, di controllo e di innovazione della società. Inoltre, costituiscono il mezzo primario di trasmissione e la fonte d’informazione indispensabile al funzionamento delle istituzioni sociali.

– L’arena nella quale si svolgono molti fatti della vita pubblica nazionale ed internazionale.

– Una fonte importante di definizione e di trasmissione della realtà sociale e, di conseguenza, il luogo dove si costruiscono, si conservano e si manifestano i cambiamenti culturali e i valori sociali.

– Una sorgente di significati che fornisce i criteri per definire ciò che è normale sotto l’aspetto empirico e dei valori.

Il termine comunicare è in qualche modo collegato alla parola comune che deriva dal verbo latino communicare, cioè,condividere, rendere comune.

Comunicare, dunque, significa incrementare la nostra conoscenza condivisa, condizione essenziale per ogni società.

Per cominciare osserviamo che da diversi anni, anche in sociologia, si distinguono nettamente i processi comunicativi face to face da quelli informatici o numerici. 

Nei primi sono determinanti le relazioni di tipo psico-fisico degli individui, quelle che investono gli aspetti emozionali della persona – sul tipo di quelli che abbiamo messo in luce quando abbiamo trattato del “self“, cioè, dell’identità soggettiva.    I secondi sono caratterizzati dal solo transito, tra gl’individui e i gruppi, di messaggi mediati dall’attività razionalizzatrice della mente

Da un punto di vista funzionale la prima differenza di una certa importanza tra le modalità attraverso cui si esprime la comunicazione umana è quella tra messaggi analogici e messaggi numerici.   

Vediamo di comprendere bene il significato di queste due espressioni. 

La parola analogia deriva dalla lingua latina che, a sua volta, la deriva da un’espressione greca  (analogizomai) che possiamo tradurre con, calcolare proporzionalmente.   Il significato di analogia, nel linguaggio comune, è in qualche modo intuitivo e indica la rassomiglianza

Precisamente, l’analogia serva ad indicare la messa in relazione di fenomeni appartenenti a campi o a realtà diverse allo scopo di trovare una corrispondenza tra questi campi o queste realtà. 

L’analogia, dunque, ha come obiettivo principale quello di portare la nostra conoscenza a comprendere un certo grado di somiglianza tra i fatti o gli oggetti che stiamo esaminando o a confrontare dei caratteri che non conosciamo con altri caratteri di cui abbiamo conoscenza.   

Il ragionamento analogico è una delle tre forme principali di ragionamento, le altre, come abbiamo già visto, sono la deduzione, l’induzione e, in sub-ordine, abduzione.  In generale, il ragionamento analogico viene abitualmente utilizzato nelle scienze per l’elaborazione delle teorie, ma è molto usato anche nelle arti, in architettura e nel design, perché la somiglianza con una cosa nota avvicina l’atto creativo al sentire comune e alla comprensione, di più, la sua componente ignota è anche una continua e suggestiva fonte di ispirazione per le strategie di progetto. 

Uno degli esempi tipici di analogia nei processi progettuali è quella biologica, tra organismi manufatti e organismi viventi.  Le nervature di certi edifici o le ali degli aeromobili, per esempio, sono spesso progettate in analogia con le ossa di certi animali, come gli uccelli. 

In sintesi, il procedimento analogico è quel ragionamento per cui, poste due cose o due situazioni che si ritengono simili tra di loro, per alcuni caratteri o aspetti, si deduce (dalla presenza di altri caratteri ed aspetti in una di esse) la presenza di questi stessi caratteri ed aspetti anche nell’altra.  

Nell’ambito del linguaggio l’analogia funziona così.  Se io dico che la mia compagna ha un carattere dolce, faccio leva sull’esperienza della dolcezza, che in qualche modo posso presumere che tutti conoscono, per farvi intendere un tratto di un carattere di una persona che voi non avete mai visto. 

Nella vita quotidiana, dunque, l’analogia serve soprattutto ad esprimere il contenuto astratto di certi comportamenti concreti.   

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Nelle scienze, in opposizione a digitale o numerico, si chiamano analogici gli apparecchi o i dispositivi che trattano delle grandezze con altre grandezze legate alle prime da una relazione di analogia.  Per esempio, negli orologi con le lancette, il trascorrere del tempo è indicato dal muoversi delle lancette sul quadrante.  Se disegnate due orologi con le lancette sulle ore dodici e cinque e sulle ore dodici e quindici la distanza che la lancetta ha percorso indica il passare di una certa quantità di tempo, nell’esempio, dieci minuti.  

Vediamo, adesso, ai messaggi in cui è coinvolta la sola razionalità.

In elettronica e in informatica s’intendono per digitali gli apparecchi o i dispositivi che rappresentano delle grandezze sotto forma numerica.  

Sono grandezze rappresentate da cifre contenute in un apposito sistema di numerazione, come quello decimale o quello binario, per citare i due più usati. 

Per usare ancora l’esempio dell’orologio, quelli a cristalli liquidi visualizzano l’ora e le frazioni di ora con successivi scatti di cifra. 

Come abbiamo visto in sociologia con il termine analogico si fa riferimento a quel tipo di segnali che contengono una qualche rappresentazione o immagine del significato a cui si riferiscono.  Che cosa ne possiamo dedurre in particolare? Che i comportamenti rappresentano, in genere, dei messaggi analogici.                                                                                                       

I messaggi numerici, invece, possono essere definiti simbolici nel senso che rimandano ad un sistema simbolico codificato e formalizzato di segni, la cui relazione con il significato, è importante non dimenticarlo, è del tutto convenzionale, come succede nelle espressioni linguistiche

Per riassumere possiamo dire che gli esseri umani sono in grado di comunicare con i propri simili sia attraverso dei segnali analogici, sia attraverso un linguaggio simbolico, sia mescolandoli. 

Da un punto di vista antropologico, la comunicazione analogica è molto antica, perché essa si è sviluppata ai primordi dell’evoluzione e riguarda praticamente tutti gli esseri viventi, animali compresi che, com’è dimostrato, sanno sviluppare e trasmettere il loro comportamento con l’emulazione. 

Di contro, il linguaggio simbolico è un prodotto relativamente recente e molto più complesso e riguarda solo l’uomo.  

Prima di procedere dobbiamo sottolineare anche questo.  L’atto del comunicare costituisce nella sostanza un comportamento.  Siccome non è pensabile che un qualunque essere vivente non esprima – vivendo – un comportamento di azione e reazione con il suo mondo (o, habitat) ne consegue il principio secondo il quale non è possibile (per questo essere) non comunicare, anche se questo non significa che sia compreso il significato della comunicazione.       

Oggi, quando si affronta il tema della comunicazione si fa riferimento quasi esclusivamente a quella veicolata dai mass media, per il semplice fatto che sono questi mezzi a promuoverla fornendo agli individui quella visione del mondo che consente loro di vivere concretamente e quotidianamente all’interno del loro gruppo sociale. 

In pratica, sono i contenuti mediali che fanno dell’uomo moderno un uomo informato, ne configurano lo stile di vita e lo distinguono nella sua identità, così come, sono questi stessi contenuti che in qualche modo lo plasmano a loro immagine ed interesse.    Va osservato a questo proposito che i nuovi sistemi di comunicazione hanno radicalmente modificato sia i processi di alfabetizzazione che l’analfabetismo che per secoli è stato sinonimo d’ignoranza, così come molte forme di controllo sociale, divenute più soft e spesso più efficaci.

Come dicono i critici della modernità è più facile convincere (legare a sé) con i mass-media che farlo con le baionette. 

Generalmente l’analisi della comunicazione mediale parte dalla formula di Harold Dwight Lasswell (1902-1979), un sociologo della politica o, se si preferisce, uno dei primi politologi americani, che la elaborò nel 1948

WHO   (says)   WHAT   (to)   WHOM   (in)   WHAT CHANNEL   (with)   WHAT EFFECTS

È la formula detta delle 5W.  Si può tradurre in questo modo: 

Chi / che cosa dice / a chi / con che mezzo (o, attraverso quale canale) / con quale effetto.

– Il chi rappresenta la fonte che emette il messaggio. 

Questa fonte, cioè, il mittente, può essere il singolo individuo come un network o un canale televisivo.  

– Il qualcosa esprime sostanzialmente l’analisi del contenuto del medium e dei relativi codici utilizzati per esprimerlo. 

– Il qualcuno identifica e analizza il soggetto che riceve la comunicazione che può essere il singolo individuo, un gruppo, una collettività, un network.  L’analisi di chi è questo “qualcuno” è di grande importanza per chi comunica perché gli consente di valutare se la comunicazione ha raggiunto il suo bersaglio e con quale effetto..  Al riguardo sono state sviluppate diverse metodologie d’indagine basate sulle rilevazioni statistiche casuali e su determinati modelli matematici. Per esempio, l’Auditel è stato per molto tempo un modo per calcolare questi effetti, oggi lo si ritiene superato e sono nati strumenti di analisi più complessi o più specifici, come l’Audiblog per la rilevazione del pubblico dei blog.

– L’analisi del mezzo indaga il tipo di media usato (televisione, radio, giornali, manifesti, ecc…) sotto i suoi diversi aspetti, economico, politico, tecnologico. 

– L’espressione con quale effetto studia l’impatto del prodotto mediale.  Cioè, come si modificano o si condizionano le conoscenze e gli atteggiamenti del pubblico preso in considerazione a seguito del messaggio ricevuto. 

Nella pratica, gli effetti dei media sono valutati o a lungo termine, per esaminare come essi trasformano la percezione dei grandi temi sociali, come sono la giustizia, la violenza, l’uso delle droghe, la solidarietà, i problemi razziali, gli orientamenti politici, ecc…  O sono valutati a breve termine, per misurare il gradimento e la comprensione del messaggio, sia sotto l’aspetto del contenuto che delle forme.  Come si comprende un tema che interessa in modo particolare il mercato della pubblicità.         

Ma perché le comunicazioni di massa sono importanti?  Perché questo è il secolo dell’informazione, come il Novecento è stato il secolo dell’energia e l’Ottocento il secolo delle materie Comunicare del resto significa sostanzialmente connettereLa connessione, infatti, è una delle conseguenze dell’interazione sociale, perché, la forma e la sviluppa. 

I due modi di connessione più antichi ed elementari sono il gesto e la voce. 

Successivamente la specie umana ha elaborato un linguaggio, dapprima orale poi scritto ed oggi digitale (o, elettrico, come diceva McLuhan), vedremo più avanti come. 

La natura sociale dell’uomo, la sua necessità di vivere in comunità, di migliorare la qualità della vita ha poi fatto poi in modo che, per così dire, la comunicazione si sia impadronita degli individui fino a svilupparsi come una peculiarità della specie

Noi comunichiamo in continuazione, sia in modo cosciente, che incosciente e, in questo contesto, il linguaggio orale è oggi solo uno dei molti mezzi che usiamo. 

Da un punto di vista morfologico possiamo anche affermare che la comunicazione è l’artificio che sorregge il mondo o meglio, il senso del mondo, vale a dire è l’espediente che ci consente di sottrarlo alla sua incomprensibilità. 

Tutto ciò, va da sé, è un problema specificatamente umano, visto che gli animali non hanno bisogno di sviluppare una visione del mondo, così come sono indifferenti al suo significato, in pratica, come dicono i filosofi non hanno bisogno di una coscienza dell’esserci (Dasein), cioè, di riflettere sulla loro esistenza. 

Proviamo a riassumere.

Nella comunicazione diretta gl’individui si trovano in un rapporto face to face. Essi sono coinvolti, nel processo comunicativo, nella loro totalità “psicofisica”, cioè, con la mente e il corpo.

Gli esseri umani sono l’unica specie che riesce a comunicare con i propri simili sia attraverso segnali o messaggi analogici sia tramite un linguaggio simbolico o, meglio, simbolico-numerico.

In particolare. I segnali analogici contengono delle immagini o delle rappresentazioni del significato a cui si riferiscono. I segnali numerici o simbolici rimandano necessariamente ad un sistema codificato e formalizzato di segni.

In genere quando due o più persone comunicano direttamente fra loro (comunicazione face to face) utilizzano sempre sia il linguaggio simbolico-numerico sia quello analogico.

Sul piano della relazione tra persone attraverso i segnali analogici transitano anche dei significati relazionali.   Come, per esperienza diretta, tutti sanno, talvolta alcuni gesti o espressioni del volto possono essere più esplicativi e immediati, cioè, densi di significato, di lunghi discorsi. 

Più semplicemente, con lo sguardo si può comunicare un invito, un’allusione, una promessa o un rifiuto.

I segnali paralinguistici sono costituiti da tutte quelle componenti della produzione vocale che di fatto danno un’impronta al nostro modo di comunicare.  Sono il tono della voce, il ritmo, l’uso delle pause e dell’iterazione.  In pratica, della ripetizione attraverso l’uso di figure retoriche.

Si definiscono emozioni fondamentali quelle da cui discendono tutte le altre.  Esse sono, la gioia, la sorpresa, la rabbia, il disgusto, l’interesse e la vergogna.

Comunicare è, in linea di principio, un comportamento. Dato che è impossibile non assumere un comportamento ne consegue il principio secondo il quale non è possibile non comunicare.

Con il termine di prossemica si intende quell’insieme di regole e strategie di comportamento in base alle quali gli individui agiscono e gestiscono lo spazio del loro self, cioè, lo spazio che li circonda quando si trovano in presenza dei propri simili.

Come dice Erving Goffman la comunicazione interpersonale avviene sia attraverso le espressioni assunte intenzionalmente sia per mezzo di quelle che lasciamo trasparire involontariamente.

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Parte seconda.

Percorriamo, ora, velocemente le tappe più significative delle forme di comunicazione.  Tra gli uomini si valuta che una comunicazione vocale di una certa complessità semantica ebbe inizio circa 300mila anni fa.  Dovettero però passare circa 250mila anni perché cominciassero a diffondersi segni, o immagini più o meno stilizzate, incisi su ossa o pareti di caverne, cioè, su dei supporti durevoli arrivati fino a noi.  Qual era la funzione o gli scopi di queste prime scritture? 

Si ritiene che essi fossero legati alla necessità di realizzare dei calcoli o apporre dei segnali, sulla falsariga di quello che fanno gli animali quando marcano il territorio con l’orina.    Intorno all’anno 5000 prima dell’era comune cominciarono a diffondersi dei documenti che indicano la capacità dell’uomo di articolare delle catene di pensiero.

In breve, di elaborare dei ragionamenti articolati e sensati e, in qualche modo, anche ricchi di contenuti astratti.  Ma è solo a partire dall’ottavo secolo prima di cristo che abbiamo l’evoluzione delle tecniche sillabiche in alfabeto. 

Un avvenimento che rese la scrittura più precisa, efficace e facile da usare. 

E la stampa?  Il metodo più rudimentale di stampa, la xilografia ( un’espressione composta dalle parole greche legno e segno) appare in Europa, proveniente dalla Cina, solo intorno al XIII secolo dopo cristo. 

Bisognerà però attendere il 1450 – il merito è attribuito a Johann Gutenberg (1400-1468), anche se stamperie analoghe a quella di Gutenberg esistevano in Svizzera, in Olanda, in Spagna – per avere la stampa a caratteri mobili

Tra il 1840 e il 1850 viene messa a punto la fotografia.  Sotto l’aspetto metodologico questo è il primo procedimento con il quale si generano immagini senza un intervento diretto dell’uomo. 

Negli stessi anni comparve anche il telegrafo che è (…o meglio, era, visto che è praticamente scomparso) un sistema di comunicazione a distanza a mezzo di corrente elettrica e di un alfabeto convenzionale basato su un codice binario, punto e linea, chiamato dal nome del suo inventore Samuel Morse, 1791-1872, un americano, “alfabeto Morse”.  Con questo strumento, per la prima volta le informazioni viaggiavano da sole, sganciate dalla necessità di un supporto mobile che le portasse con sé. 

Infine, con la diffusione capillare sul territorio delle reti elettriche, intorno all’ultimo quarto del XIX secolo, un complesso grappolo di nuovi congegni entra nell’uso quotidiano.  Sono congegni il cui funzionamento prescinde dall’azione umana, a parte le funzioni di avviamento, controllo e spegnimento, che, sia sul piano qualitativo che quantitativo, ampliano in misura eccezionale il raggio spazio-temporale del pensiero umano e delle sue azioni. 

Sono anche gli anni in cui si cominciano a riprodurre i suoni e le immagini in movimento.  In particolare i suoni, sfruttando le onde herziane, cominciano ad essere trasmessi sulle lunghe distanze e, è importante notarlo, senza una scarto temporale apprezzabile tra produzione e consumo. 

Molti dei congegni di cui stiamo parlando, con il gergo tecnico di oggi, potrebbero essere definiti, sul piano formale, interattivi, come è il caso del telegrafo o del telefono. 

Da ultimo, infine, arriveranno quelle scoperte che tutti oggi conoscono bene, televisione, Internet, telefonia senza fili e con immagini, eccetera…

Quale è la prima osservazione che s’impone?   Che i mezzi per connettersi e comunicare hanno registrato una progressiva accelerazione di tale portata che se ci sono voluti 250mila anni per arrivare a tracciare un segno significante sulla parete di una caverna è bastato appena più di un secolo per arrivare a dove siamo oggi, una volta messa in rete l’energia elettrica. 

Va anche notato che tutti gli eventi o gruppi di eventi, legati all’invenzione dei congegni per comunicare, hanno una caratteristica: sono caratterizzati da un notevole passaggio incrementale sia sul piano della loro potenza che del loro campo di estensione.   

In altri termini, rappresentano un significativo e concatenato potenziamento delle capacità operativa legate a quelle infrastrutture che assicurano la trasmissione del pensiero. 

Questi passaggi corrono paralleli al formarsi di nuove competenze, di nuovi principi operativi e di nuove metodologie d’uso, in una, determinano un incremento generale della complessità operativa delle infrastrutture.  

Poi, con ogni miglioramento della capacità operativa di una infrastruttura comunicativa, questa infrastruttura diventa più potente e tendenzialmente più costosa e più efficace così come tende a facilitare un accesso ad essa sempre più rapido, in modi che sono sempre più semplificati, ma anche più specialistici.  Questo significa che i linguaggi tecnici diventando sempre più autoreferenziali riducendo le opportunità di molti di potervi accedere.  

La rapidità nello sviluppo delle capacità operative è un tema sociologico rilevante perché questa rapidità può essere così elevata da produrre, come effetto collaterale, delle forme di nuovo analfabetismo, più in generale diventare una causa di forte disagio sociale tra la popolazione anziana, gli emarginati, gli abitanti dei paesi non-industrializzati e di tutti coloro i cui programmi scolastici non si sono rinnovati o sono divenuti insufficienti. 

Anche dal punto di vista della psicologia sociale le trasformazioni operate dalla nuove tecniche di comunicazione sono importanti.  Lungo tutta la storia dell’umanità, dal primo alfabeto alle grandi macchine che si interconnettono su scala mondiale, l’isolamento, la separazione e la segregazione di un individuo o di un gruppo, sono sempre stati vissuti come un indebolimento delle capacità di sopravvivenza o, per usare un’espressione più vicina ad discorso dell’antropologia culturale, come una riduzione delle opportunità per dominare o indirizzare gli aspetti contingenti dell’ambiente.  

Di fatto la diffusione dei mezzi di comunicazione, considerati sul piano funzionale, comporta:  – La possibilità di sincronizzare le energie, le azioni e i comportamenti.   – Di controllare l’imprevedibilità delle azioni degli uomini o contribuire a ridurle.     – Di ampliare il raggio degli interventi possibili, nello spazio, nel tempo e della loro potenza. 

In sintesi, la diffusione dei mezzi di comunicazione si rivela una condizione essenziale al

dominio materiale che la specie umana esercita sull’ecosistema.  

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