Il gioco della deriva e la flanerie – IED – Esercitazione 4 (II) – 2010-2011

IED, Milano. Anno accademico 2010-2011

Cattedra di sociologia.

(Esercitazioni)

Esercitazione numero quattro – (seconda parte)

Lunedì 20 dicembre 2010

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IL GIOCO DELLA DERIVA E LA FLÂNERIE.

L’homme s’éleve au-dessus de tous les autres animaux

uniquement parce qu’il sait flâner.”

(Louis Huart, 1841)

La promenade est d’abord l’acte d’une finalité sans fin.”

(Alain Montandon)

Scriveva Charles Baudelaire in Le spleen de Paris: “Il n’est pas d’objet plus profond, plus mystérieux, plus fécond, plus ténébreux, plus éblouissant qu’une fenêtre éclairée d’une chandelle.” Una candela dunque, poi la notte! Walter Benjamin la paragona alla parola della poesia, una parola che Edgar Allan Poe considera essenziale per assaporare “la poetica del passaggio” di cui splendidi esempi troviamo in André Breton, in Louis Aragon, come in Aldo Palazzeschi, Peter Handke, Guy Debord, se non addirittura nella celebre lettera di Francesco Petrarca sull’ascensione al Mont Ventoux, tutte dichiarazioni d’amore, nella loro diversità, per una “geografia sentimentale” di cui si sta perdendo il senso.

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Dimenticata per troppo tempo la deriva oggi è stata riscoperta dagli scrittori, dagli architetti, dai designer e dai sociologi come un modo di “rappresentare” e conoscere le grandi città coinvolte in una crescita accelerata e spesso ottusa dei loro quartieri abitativi e delle loro infrastrutture commerciali e di loisir. Ma che cos’è la deriva? In breve è un “comportamento ludico-costruttivo”, diversa dal viaggio finalizzato o dalla passeggiata di svago. È un modo di spostarsi in un territorio urbano senza una ragione pratica, per il solo gusto di lasciarsi andare alle sollecitazioni dei luoghi o degli incontri. Chi abita la città, di solito, non conosce di essa se non i percorsi prestabiliti e ripetuti, imposti dal lavoro o dagli impegni, che si esauriscono in una “cecità” per le persone che s’incontrano, per gli edifici, le piccole cose, i colori, gli odori, i cambi improvvisi di prospettiva, le luci e le ombre.

Nella deriva, da soli o in un compagnia gioca un ruolo fondamentale il caso, che rompe la routine e cambia ogni certezza. Debord, citando Karl Marx, scrive: “Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sé che non sia il loro proprio viso: tutto parla loro di loro stessi. Anche il loro paesaggio ha un’anima.”

Quanto dura una deriva? Gli studenti di scienze sociali che l’hanno riscoperta, in Francia, in Inghilterra e soprattutto in California, dicono che può durare alcune ore come giorni interi, fino a quando, usciti dall’apatia grigia della vita corrente senza avvenimenti, si è travolti dall’euforia di vivere al’altezza dei propri desideri. Fino a quando non si “arriva”, non si raggiunge la “riva” di nuovi paesaggi che ci consentono di abbandonare le scorie di un presente sempre più sfiduciato.

Lo studente o gli studenti possono costruire la loro deriva in due modi. Nel primo modo facendosi guidare con il telefonino da un amico che si trova in un’altra città, o in un altro quartiere se la città è grande, il quale in base alle informazioni che riceve indicherà loro in che direzione muoversi: ancora avanti, a destra, a sinistra, salite, scendete, entrate, uscite e così via.

Nel secondo modo lo studente o gli studenti utilizzeranno la pianta di un’altra città, simile nella grandezza a quella in cui si trovano, per orientarsi e documentare la deriva. In questo caso dovranno riuscire in qualche modo a sovrapporre le piante o ad identificare percorsi analoghi.

En passant ricordiamo altre forme di deriva praticate in California che consistono nel seguire le persone – lo ha fatto anche Vito Acconci in una sua performance – farsi trascinare da un cane, seguire percorsi in linea retta arrampicandosi anche sui palazzi.

Scopo dell’esercitazione è quello di “costruire”, una volta scelto uno dei due modi, un diario della deriva realizzata il più completo possibile. A questo scopo la documentazione potrà essere fatta con ogni mezzo, mappe, fotografie, filmati, disegni, tracce fisiche rinvenute durante il percorso, rumori e suoni raccolti, o tutte queste cose insieme.

L’elaborato dovrà essere presentato su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.

Non sono accettati altri supporti.

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