L’identità soggettiva – IED – Esercitazione 1 – 2010-2011

IED, Milano.  Anno accademico 2010-2011

Cattedra di sociologia.

(Esercitazioni)

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Esercitazione numero uno.


Con quali occhi io mi vedo, in quali sogni mi riconosco…

(L’identità soggettiva)

In questo momento nelle sale del Palazzo dei Diamanti di Ferrara e fino al gennaio prossimo è allestita una retrospettiva, la prima in Italia, di Jean-Baptiste-Siméon Chardin (1699-1779), un pittore francese di nature morte, di giochi di bambini, di ritratti.  Per molto tempo dimenticato, oggi si dice che ha avuto una certa influenza su Edouard Manet e soprattutto su Paul Cézanne a ragione del suo amore per la pittura come strumento per esplorare la vita corrente, per mettere a nudo quel disperato bisogno di poesia con la quale rappresentiamo noi stessi – la nostra identità soggettiva – sullo specchio del tempo vissuto.

L’identità soggettiva nelle scienze sociali è l’insieme delle proprie caratteristiche auto-percepite, costituisce un’identità fluida, difficile da circoscrivere, carica di ombre, con la quale dobbiamo fare in continuazione i conti.  Essa, però, è anche tutto ciò che ci caratterizza, ci rende inconfondibili, ci consente di dare un senso all’idea di “Io”.  In questo modo l’identità soggettiva serve sia ad identificarci che a discriminarci, producendo degli stereotipi culturali che alimentano il pregiudizio.

Di contro l’identità oggettiva, che non necessariamente coincide con quella soggettiva, è la questione sulla quale convergono almeno tre rappresentazioni di ciò che siamo: la nostra identità fisica, che si desume principalmente dal volto, dalla postura e dal sesso.  La nostra identità sociale – ovvero l’insieme di alcune caratteristiche quali l’età , lo stato civile, la professione, la classe di reddito –  e l’identità psicologica, costituita dalla propria personalità, la conoscenza di sé, lo stile di vita e di comportamento.  Sono identità che variano più o meno rapidamente e coscientemente.  Più o meno indipendentemente da quello che noi vogliamo o siamo in grado di volere.

Va anche considerato che queste due rappresentazioni dell’identità, anche se non coincidono, sono profondamene intrecciate tra di loro.  Per esempio, il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi guardano gli altri e della maniera in cui io so che gli altri mi vedono, con il risultato che molto spesso i giudizi che esprimiamo o riceviamo sono improntati sulla malafede, sulla cortesia, o godono di una benevolenza parentale ed amicale.

L’identità soggettiva indica anche la capacità degli individui di aver una coscienza dell’esistere e di “permanere” attraverso tutte le fratture dell’esperienza.  In filosofia è stato John Locke (1632-1704), nel Saggio sull’intelligenza umana, ad affrontare alla radice il tema dell’identità soggettiva in un’epoca in cui entra in crisi la vecchia rappresentazione metafisica e religiosa dell’anima intesa come un’ancora che ci tiene legati al senso del mondo e del suo divenire attraverso il tempo.

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Obiettivo dell’esercitazione è la realizzazione di un autoritratto che esprima quello che lo studente considera la propria “identità soggettiva” o quello che ritiene sia una rappresentazione della propria personalità.
Utilizzare, come formule espressive, soltanto il luogo e gli elementi che compongono la propria sfera domestica.


L’autoritratto o gli autoritratti di ciascuno se si è formato un gruppo (leggere con cura le istruzioni sul foglio delle modalità di esame) possono essere elaborati con il mezzo espressivo che si ritiene più opportuno, disegno, foto, fumetto, collage, rappresentazione elaborata per via elettronica.

L’elaborato dovrà essere presentato su dischetto, accompagnato da una breve relazione esplicativa.

Non sono accettati altri supporti.

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“…il mio modo di vedermi è in larga misura il riflesso della maniera in cui mi vedono gli altri e della maniera in cui io so che mi vedono gli altri: normalmente si “chiede” ad altre persone di dirci chi siamo. A questo punto, però, veniamo a trovarci in una situazione abbastanza spinosa, perché di norma non domandiamo a tutti gli altri di definirci e di illuminarci sul nostro carattere, ma operiamo una selezione tra le persone che reputiamo deputate a tal compito: esse sono essenzialmente i nostri familiari e i nostri amici. In questo modo accade che coloro che dovrebbe farci conoscere le nostre peculiarità caratteriali, sono proprio quelle persone che tendono a presentarci la versione più gradevole e più accettabile della nostra personalità. Di conseguenza, spesso si vengono a creare delle situazioni improntate sulla malafede, perché l’immagine di me stesso che mi sono creato risulta più favorevole dell’immagine che ho delle persone esterne alla cerchia più intima dei miei conoscenti.”

Giovanni Jervis.

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